Se ritorno, ti sposo.
Quando Giacomo volse lo sguardo verso la valle ,vide un puntino nero sul sentiero color sabbia , un piccolo granello che baluginava al riverbero tremulo dei raggi del sole .
Tornò a chinarsi sul suo lavoro e , quando rialzò la testa , la macchiolina nera si era avvicinata e si era ingrandita, prendendo dei contorni a lui familiari .
Ora poteva meglio scorgere il berretto, la borsa di cuoio portata alla tracolla, la sagoma della bicicletta condotta a mano: era senza ombra di dubbio il postino del paese quello che si inerpicava fin lassù, nel tardo pomeriggio di quell’autunno di guerra .
E il ragazzo già sapeva quale missiva portava, la stessa che avevano ricevuto altri giovani della sua età .
Il richiamo sotto le armi .
Per un attimo il suo cuore sembrò fermarsi, poi cominciò a battere all’impazzata , lo sentiva nella gola e nelle tempie .
Intanto il postino lo aveva raggiunto, aveva appoggiato la bicicletta a un olmo e gli si era avvicinato.
Era un buon uomo e faceva il suo mestiere con umanità, così la tirò un po’ per le lunghe, salutò e parlò di quello scampolo d’estate che ogni anno per San Martino il buon Dio regalava agli uomini .
Ma sapeva che il giovane era impaziente, lo leggeva nel suo sguardo, allora mise mano alla borsa ed estrasse il telegramma .
Giacomo guardò la busta pensieroso, la prese e se la infilò in tasca senza aprirla ; ci avrebbe pensato più tardi .
E cercò di allontanare dalla mente ogni pensiero molesto come si scacciano le mosche, con un gesto infastidito della mano .
Con una voce che non era la sua, riuscì a dire :
-Francesco, venite che vi offro un bicchiere di vino, ho un fiasco al fresco nel fosso .
-A un buon bicchiere non dico mai di no, quando ho la gola secca -
Si sedettero allora sotto l’olmo e se ne stettero lì ,ciascuno con i propri pensieri , per un bel po’.
Quando il sole iniziò a tramontare dietro le colline, il postino si alzò sulle vecchie gambe indolenzite, diede un paterna pacca sulle spalle al ragazzo e, con un sospiro rassegnato, lo salutò.
Inforcò la bicicletta e si avviò per la discesa :sarebbe arrivato a casa prima del buio, pensò .
Quando le ombre della sera si erano già allungate su tutta la valle,anche Giacomo tornò a casa .
Erano rientrati tutti dal lavoro nei campi ed erano già a tavola, nella grande cucina.
Solo la mamma era in piedi per servirli della cena.
Ad un tratto lui tirò fuori dalla tasca dei calzoni il telegramma, lo mise in mezzo alla tavola, tra i piatti ed i bicchieri, e disse, con tono spavaldo :
-Leggete, babbo, che mi ha scritto la fidanzata.
Ma dello scherzo non rise nessuno, ché tutti sapevano di quale morosa si trattasse.
Suo fratello maggiore provò a dire:
.-E bravo il nostro Giacomo che va a servire l’Italia .
Ma un’occhiata di rimprovero del babbo lo zittì..
-Figliolo -disse poi l’uomo-farai come ti viene comandato e ritornerai a casa dalla tua mamma, sano e salvo, capito?
Nessuno parlò più,ma non c’era bisogno di dire altro, che le parole del babbo avevano dato coraggio
un po’ a tutti: sarebbe andato a fare il suo dovere di soldato e sarebbe ritornato, sano e salvo .
La notte però non portò il meritato riposo alla famiglia e ciascuno attese il sorgere del sole tra sogni confusi e risvegli improvvisi .
La mamma, che era una donna religiosa, pregò con il rosario tra le mani, per il suo ragazzo, che per lei era ancora un bambino .
Il babbo si girò e si rigirò nel letto, senza prender sonno, mentre i fratelli e le sorelle sognarono il loro Giacomino da bambino che giocava con loro nell’aia .
E come Dio volle, l’alba arrivò a fugare le ombre angoscianti della notte .
Anche Giacomo non aveva potuto quasi prender sonno quella notte ed era scivolato, a tratti, in un dormiveglia da malato, durante il quale parlava e si agitava .
Ma quando l’aurora, con dita di rugiada, stese con delicatezza il suo velo di luce sulla campagna intorno e un stilla di sole risvegliò la vita nella sua stanza, al giovane venne un’idea in mente che lo riconciliò con il mondo o almeno così gli parve.
-Voglio dare un veglione, prima di partire,un bel veglione che sarà ricordato per un bel pezzo, così, tanto per salutare tutti.-
E questa pensata lo rese quasi contento e gli allontanò i tristi pensieri del giorno prima e della notte appena passata .
Scese in cucina, sua mamma era in faccende, come sempre: la prima ad alzarsi e l’ultima ad andare a letto.
La guardò come se la vedesse per la prima volta, quella donna miracolosa, le cinse i fianchi e le sussurrò con dolcezza:
-Mamma, me le fareste due belle ciambelle per il veglione che voglio dare prima di partire ?-
_Sì, certo, te le faccio volentieri, Giacomo .-rispose lei
E si asciugò gli occhi di nascosto, mentre versava il caffè d’orzo nella tazza .
LA FESTA
Ben presto si sparse la voce della richiamata alle armi di Giacomo e del veglione di addio e in molti pensarono di andare a salutare il loro compaesano.
I giorni prima le donne di casa furono impegnate nei preparativi e cucinarono vari tipi di dolci, anche se si era in tempo di guerra e gli ingredienti erano difficili da trovare.
In uno stanzone adiacente la cucina fu preparata la sala da ballo, addossando la poca mobilia alle pareti e lasciando un bello spazio al centro .
A suonare fu chiamato Tonino della Badia, un virtuoso della fisarmonica, per quei tempi e per quei luoghi, che suonava ad orecchio, senza conoscere la musica .
Quella sera fu issato sopra un tavolo con la sedia, in modo che tutti potessero vederlo e sentirlo .
E appena il sole tramontò dietro le colline e la luna si affacciò nel cielo sereno ,uno ad uno arrivarono tutti dai poderi vicini, tanto che la casa si era fatta subito piccola per tutta quella gente, così in molti trovarono posto nell’aia, sotto le stelle .
Fu una festa che si ricordò per un bel pezzo nel vicinato e si ballò così tanto che a un certo punto sembrò che il pavimento dovesse sprofondare sulle stalle sottostanti .
C’era una gran voglia di divertirsi e di dimenticare, anche per una sera, per poche ore, la guerra .
Giacomo sembrava il più allegro di tutti e forse lo era, nel suo vestito buono,con i capelli lisci, tirati all’indietro e il viso ben rasato .
Ballò tutta la sera e non smentì la fama di ballerino che aveva .
LA PROMESSA
Fra le ragazze, c’era anche la Pina, la sua preferita e la più bella di tutte .
Aveva gli occhi color del cielo e i capelli come il grano maturo .
In molti volevano corteggiarla, ma lei apparteneva a Giacomo, da sempre,da quando erano bambini, lo sapevano tutti .
Da quando avevano ballato in coppia le prime volte, catturando l’ammirazione di chi li guardava .
E a lei lui riservò gli ultimi balli perché non si scordasse di quella promessa che le sussurrò in un soffio tra i capelli :
-Se ritorno, ti sposo .-
Lei sorrise contenta e con gli occhi e le labbra promise:
-T’aspetto.-
Avrebbero conservato i due giovani queste parole nei loro cuori, insieme con il ricordo di quel ballo e di un bacio che aveva il sapore di una timida carezza .
La malinconia prese un po’ tutti al momento dei saluti, per l’incertezza di quegli arrivederci sussurrati tra gli abbracci e le strette di mano.
E le lanterne in fila giù per il sentiero, a rischiarare la notte, sembrarono a Giacomo un mesto presagio, e un brivido freddo, gli gelò le ossa .
Altre volte aveva provato quella scossa lungo la schiena e sua nonna gli aveva detto :
-E’ la morte che passa -
Così si fece il segno della croce, come lei gli aveva insegnato .
LA PARTENZA
La mattina della partenza lasciò la sua casa con il cuore gonfio di pianto e, mentre affrontava la discesa, sentiva lo sguardo della madre accarezzargli la nuca .
Non si voltò neanche per un attimo, ma la immaginava in piedi, nell’aia, con la sua figura alta e slanciata, che rivolgeva una supplica al Signore affinché lo proteggesse .
Avrebbe voluto tornare indietro ad abbracciarla, ma, per pudore, non lo fece .
Raggiunse lo stradone e prese la corriera, portando con sé i suoi affetti, i suoi ricordi di bravo ragazzo di campagna e la preoccupazione di raggiungere in tempo il suo reggimento .
In treno, mentre il paesaggio scorreva davanti al finestrino, Giacomo pensava alla sua casa, ai suoi cari, alla Pina, che aveva promesso di aspettarlo .
Andava a far la guerra a un nemico che non conosceva e che per questo non odiava, ma amava la sua patria e con lealtà la serviva .
Fu mandato al fronte russo come tanti, lui che solo la sua campagna conosceva .
Là, andò, innocente, incontro al suo destino .
UN DESTINO CRUDELE
Fra la sua gente non fece ritorno: disperso in Russia, diceva il telegramma e il suo corpo mai più fu ritrovato.
Per anni la sua mamma, la sera ,usciva nell’aia e scrutava il sentiero, sperando di vederselo arrivare, ma la strada rimaneva deserta e vuota come il suo cuore .
Per giorni, mesi e anni, fino a quando fu in vita .
E gli fece una culla dentro al petto, dove poteva abbracciarlo e baciarlo, a suo piacere.
Se avesse potuto, sarebbe andata lei a cercarlo e a riportarselo a casa .
Forse un filo di speranza non l’abbandonò mai e negli anni preferì pensarlo sistemato là, in quella terra sterminata, magari sposato e con una famiglia ,senza più memoria del passato .
Ma lei il lutto che portava non lo smise mai .
Anche la sua ragazza lo aveva tanto atteso ed spesso era andata a casa sua per consolare la sua mamma, e per cercare conforto.
Quanto l’aveva pianto e quanto s’era disperata !
Ma era giovane e gli anni passavano in fretta, così accettò la corte di un brav’uomo e si sposò, anche se il suo cuore una volta sola l’aveva regalato, al suo primo amore sfortunato .
Non poté mai sapere quanto lui l’avesse pensata e che, forse, prima della fine, all’ultimo respiro a lei aveva mormorato:
Pina, se ritorno, ti sposo.
Mentre la neve pietosamente lo ricopriva, come quand’era piccolo, d’inverno, faceva la sua mamma premurosa.
La coltre bianca gli sarà sembrata calda e morbida, come la coperta di casa sua e piano piano si sarà per sempre addormentato, sognando la sua terra e la sua amata .
B.M.S.
Il ricordo di un amore.
LA VISITA.
Il Nobiluomo, tutti i giorni dell’anno, sia d’inverno che d’estate, con ogni tempo, alle quattro del pomeriggio, compariva sulla soglia del portone d’ingresso del suo nobile palazzo settecentesco.
Alzava lo sguardo indagatore verso il cielo, ma solo per un breve istante, lo riabbassava poi, lentamente, per superare con accortezza il gradino di arenaria e, senza indugio, si avviava verso il piccolo cimitero, all’ingresso del villaggio.
Attraversava, con andatura quasi da passeggio, la piazza principale.
Gli avventori dell’antico caffè lo osservavano, nella brutta stagione da dietro le vetrate del locale, nella buona seduti ai tavolini, sotto gli ombrelloni.
Gli occhi oziosi lo accompagnavano, più per abitudine che per curiosità, fino a che non aveva superato la volta della torre dell’orologio; da lì la sua figura familiare scompariva, inghiottita da una ripida discesa.
Usciva dal paese, incontrando rari passanti, che lui salutava uno ad uno sollevando il cappello con la mano, a capo leggermente chino.
Tutti sapevano dove era diretto .
Il camposanto si trovava su una modesta collina, esposto ai venti sferzanti e al gelo crepitante, nella stagione fredda, ai raggi infuocati del sole, nella stagione torrida .
Ma quando i visitatori vi giungevano, trafelati e ansimanti, per lo sforzo richiesto dalla ripida salita, venivano ricompensati nello spirito e nel fisico, dal suggestivo panorama che dal piazzale si poteva ammirare .
Anche il Nobiluomo si sedeva sul parapetto di pietra serena, abbracciava con lo sguardo la stretta valle e si beava di quella magnifica vista.
I monti, dalle vette arrotondate e dai dolci pendii, facevano da corona al villaggio, il fiume vi scorreva in mezzo, argenteo e scintillante, per il gioco di luci e di riflessi dei raggi solari sull’acqua.
Le umili case di pietra erano adagiate ai piedi del castello medievale, la torre merlata dell’orologio svettava solida e austera a ricordare il trascorrere inesorabile del tempo e l’antichissima pieve, vegliata dagli alti e scuri cipressi e dall’ aguzzo campanile, completava, con l’eleganza delle sue linee romaniche, il paesaggio tanto amato.
Non si era mai allontanato dal suo paese, se non in alcuni periodi della sua vita, portando sempre con sé una sottile e struggente malinconia, ovunque andasse, e il desiderio impetuoso del ritorno.
Un cinta di mura delimitava il cimitero, diviso a metà da un vialetto che moriva davanti a una chiesetta, posizionata al centro.
A destra e a sinistra, erano disposte le tombe, con le lapidi di marmo o di pietra.
Era quasi sempre solo, a quell’ora.
Si dirigeva lentamente verso la imponente tomba di famiglia , di marmo nero e lucido, circondata da una alta siepe, sempreverde.
Lì riposavano generazioni di nobildonne e di nobiluomini della sua famiglia e lì giacevano anche i suoi genitori che, dai ritratti in ceramica, lo fissavano con un sorriso che a lui pareva a metà, tra l’ingenuo e il malizioso, ignari di ciò che era diventata la sua vita: se non proprio un inferno, un lungo purgatorio, un oscuro limbo.
Li aveva sempre amati e rispettati , di un affetto pudico e sottomesso, che, sin da bambino, gli era stato insegnato.
Ma un bruciante rancore covava nel suo cuore, in quegli ultimi anni, come la brace arde sotto la cenere.
Non riusciva a comprenderli e tanto più a perdonarli per uno sgarbo,un’azione gretta ed egoista di tanti anni prima.
La visita si faceva, per questo motivo, ogni volta più breve: una sosta doverosa e affrettata.
Si dirigeva poi verso un’altra sepoltura, poco distante dalla precedente, che era il vero motivo delle sue uscite abitudinarie, la meta più importante.
La lapide, in pietra serena, inscurita dal tempo, aveva incisi il nome, il cognome e le date di nascita e di morte; al centro, un ovale di ceramica, rimandava il ritratto un po sbiadito di una ancor giovane donna .
Si poteva ancora intuire che una delicata bellezza aveva accarezzato quel volto dai lineamenti regolari, dagli occhi timidi e buoni.
Lui, nella mente e nel cuore, l’aveva custodita così, come era stata effigiata nella foto, timida e riservata, un bocciolo di rosa che racchiudeva segrete fragranze e vellutate sensazioni.
Con lei avrebbe desiderato vivere la vita, tra gioie e dolori, com’è destino degli uomini .
Con lei al suo fianco, sentendone il passo vicino, la voce un po’ incerta e rauca, il profumo tra i capelli, spruzzato dal vento……sarebbe stato un uomo diverso.
Era avvenuto tutto molti anni addietro, ai tempi della sua giovinezza, quando la sua vita aveva il sapore dolce della speranza e non aveva ancora assaggiato il fiele amaro della delusione.
L’INCONTRO.
Era ritornato a casa da qualche giorno ,appena terminati gli studi universitari, quando, a pranzo, sua madre gli aveva comunicato, con la consueta finta noncuranza:
-Francesco, oggi verrà la sarta, per risistemarti un po’ il guardaroba; a F. ti sei così dimagrito in questi ultimi tempi, che tutto ti è diventato largo, fuori di misura .
Fammi la cortesia di non uscire, finché non avrai sistemato questa piccola incombenza-
Il tono di sua madre, come al solito, era di quelli non ammettevano repliche .
Pensò che lo stesse trattando come un bambino, ma non volle contrariarla, perciò annuì, in segno di assenso.
Il primo pomeriggio lo trascorse al fresco, nel suo studio, tra vecchie scartoffie di famiglia, così, tanto per ingannare il tempo, fino a quando il maggiordomo non bussò alla porta e, con tono professionale, annunciò:
-Signore, la sarta.-
In quel mentre entrò lei, intimidita e dal luogo e dall’incarico:
-Prego, si accomodi, entri pure.
-disse lui, accompagnando la voce con un gesto di invito cortese.
Non si era fatto un’idea di quale dovesse essere l’aspetto di una sarta di paese, ma senz’altro non l’avrebbe mai immaginata così bella e delicata.
Lei, nel suo semplice vestitino a fiori, stava lì, sulla soglia, con le palpebre basse, vergognosa, incerta se entrare nella stanza o ripercorrere la via delle scale.
Ma decise per l’entrare e così fece .
Il risultato dell’incontro di due caratteri timidi e riservati, fu che nessuno dei due si decideva a parlare.
Ma quel silenzio, con il passare del tempo, per lei non era più sostenibile :doveva riempirlo con una frase qualsiasi e così sussurrò:
-Buongiorno, sono venuta per prenderle le misure.-
-Ah, sì, certo, faccia pure.-
Solo questa banale frase gli venne in mente, null’altro…
E lei iniziò a misurare, diligente e precisa, l’ampiezza delle spalle, la lunghezza del gomito, la circonferenza del giro vita, così come era abituata a fare.
Ma il pavimento le scottava sotto i piedi, la matita sgorbiava i numeri che la sua voce sillabava piano e lei, poco a poco non vide l’ora di togliersi da quell’imbarazzo e di ritornare alla sua casa-sartoria dove le sue praticanti l’aspettavano.
Terminato il suo lavoro :
-Io avrei finito e andrei-le riuscì infine di biascicare.
-Sì, certo, buonasera-Fu la risposta .
E con un gesto le ricordò l’uscita, accompagnandola verso la porta .
Ma rimase ad ascoltare lo scalpiccio dei suoi passi frettolosi giù per le scale e il colpo secco del portoncino d’ingresso che si richiudeva dietro di lei.
Un impulso infantile, lo spinse a sbirciare tra i tendaggi della finestra, per scoprire dove si dirigesse e, con stupore, vide che, svelta svelta, stava risalendo il vicolo di fronte: una stradina a gradoni che si inerpicava sino ai piedi della collina,fiancheggiata da modeste case di due o tre stanzucce .
A. aveva le gote in fiamme e le lacrime stillanti sulle ciglia, come gocce di rugiada sugli steli : mai si era tanto vergognata in vita sua !
Prendere le misure a un uomo, a un ragazzo: era stato davvero imbarazzante !
Oddio, doveva essere fuori di sé, quando aveva accettato quel lavoro, ma in paese di sarti non c’erano e lei aveva un gran bisogno di lavorare.
Viveva sola, tirando avanti grazie a quella modesta attività di sartoria, ereditata da sua mamma.
Basta, non c’erano storie, l’indomani avrebbe rinunciato alla commessa e sarebbe stato quel che Dio avesse per lei voluto.
Ma quando aprì la porta-finestra ,che si affacciava direttamente sul laboratorio, al pianoterra della sua casa, la stanza era già per metà occupata dal guardaroba del signor conte e le lavoranti tastavano le stoffe pregiate con risolini soffocati di ammirazione e di meraviglia.
Oramai non poteva tornare indietro, avrebbe dovuto onorare l’impegno assunto.
Verso le cinque consumarono una semplice e silenziosa cena e si misero subito all’opera per approfittare delle ore di luce che l’estate generosa ancora elargiva.
Lavorarono finché gli occhi poterono restare aperti e le dita non cominciarono a dolere e ad essere imprecise nei punti, quindi le ragazze diedero la buonanotte e se ne andarono alle loro case, mentre lei, stanca e con la testa dolente, si coricò per sprofondare in un sonno inquieto, gravido delle emozioni del giorno .
LE PROVE.
Furono necessarie altre prove per completare i riadattamenti al guardaroba del signor conte ed una di queste avvenne nella piccola sartoria, poiché il giovanotto era curioso di saperne di più di quella sartina che già gli era entrata, suo malgrado, nella mente e nel cuore.
Appena varcata la soglia della porta-finestra, gli si presentò agli occhi una stanzetta semplice, ma ordinata .
Attorno a un tavolo le sarte lavoravano a testa china, il gatto sonnecchiava raggomitolato su una sedia, la pendola ticchettava il trascorrere del tempo e sulla stufa bolliva un pentolino.
Era estate ,ma la casetta, posta nella parte più buia del vicolo, era umida e, quel poco di fuoco, quasi non si sentiva .
Man mano, nella breve e ancora poco ciarliera seduta di prova, la timidezza e l’imbarazzo erano sfumati, lasciando spazio a qualche incerta forma colloquiale, ma, ahimè, alquanto banale, sulla stagione e sulle rarissime novità paesane .
Ma a parlare erano gli sguardi, o qualche movimento maldestro della sartina o i goffi tentativi del signor conte per andarle in aiuto.
Tutto avveniva sotto gli occhi curiosi delle praticanti che era come se stessero leggendo l’ antefatto di un romanzo d’appendice.
Come Dio volle, anche le prove finirono, e, alcuni giorni dopo, il lavoro fu consegnato e pagato, ma non terminarono le visite, no, quelle no.
UN OSPITE SERALE.
Ogni giovedì sera ,all’imbrunire, dopo essersi lavato, profumato e cambiato d’abito, il conte F .si concedeva un giretto per il paese per godersi la frescura di quei venticelli delicati e leggeri, che, odorosi di aromi e fragranze, scendevano a valle dai monti per spegnere, con i loro aliti leggeri, l’arsura delle infuocate e torride giornate estive.
Quindi risaliva la ripida scalinata del vicoletto, bussava con le nocche sulla fragile e sonora vetrata e, prima di sentire l’ avanti, entrava nella nota sartoria.
Mai a mani vuote però, perché l’educazione ricevuta glielo impediva.
Così, mentre dava alle presenti la buonasera, lasciava sul tavolo o una scatola di cioccolatini o un un piccolo cabaret di paste o più semplicemente un cestino di frutta dei suoi campi.
E sempre le visite avvenivano alla presenza delle lavoranti, poiché lui era un gentiluomo e mai e poi mai avrebbe compromesso il buon nome di una signorina.
Erano serate familiari e semplici, dove le sarte si dedicavano a i loro lavori, fermandosi ogni tanto per meravigliarsi di un racconto o di una nuova con un oh strascicato o per allungare una mano verso una di quelle delizie a cui il signor conte oramai le aveva viziate, indirizzarla verso la bocca, ripulirsi le dita due o tre volte sul grembiule e riprendere, con nuova lena, l’opera.
Lui la faceva da primo attore e raccontava di tutto quel mondo che era là, al di fuori della sartoria e, che le ragazze non potevano conoscere per la loro gioventù, innanzitutto, ma anche perché da quelle anguste stanzette uscivano solo a tarda sera.
Era felice di poterle divertire con così poco e di vederle arrossire dei suoi motti e dei suoi scherzi!
Niente di sconveniente veniva detto, questo va sottolineato, per gli animi maliziosi.
Quando la pendola scoccava le dieci, le ragazze riponevano il lavoro, e s’avvolgevano nei loro scialletti, allora anche il signor conte s’intabarrava nel suo paltò e, in loro compagnia, se ne andava, lasciandole poco dopo all’inizio del vicolo, sulla via principale, dirette alle loro case .
Mi pare superfluo dire che in queste veglie del giovedì, nulla c’era di male, se non il fatto che due giovani, di classi sociali molto diverse, si stavano innamorando l’uno dell’altra.
La notte ,nelle rispettive camere da letto, i due ragazzi si pensavano amorevolmente, più fiducioso e sicuro lui, più timorosa ed incerta lei.
MATRIMONIO COMBINATO.
Non si era ancora giunti ai primi freddi autunnali che la signora contessa era stata informata di quella che, da subito, lei marchiò come una relazione sconveniente, che andava in rotta di collisione, per dirla in termini marinareschi, con i progetti che lei aveva in mente per quel suo unico figlio.
Chi fosse stato lo spione e per quale motivo avesse agito, mai lo si seppe.
Ma questo non ebbe allora e non ha ancora oggi la benché minima importanza, vista poi la piega che presero i fatti.
Conoscendo nel profondo il suo figliolo, che era buono ,generoso ed idealista, doveva allontanarlo da quella passioncella giovanile con un’arma a lei ben nota, quella dell’inganno .
Così nella sua scaltra mente venne a delinearsi un piano, non nuovo, a dire il vero, ma antico come il mondo: avrebbe anticipato la richiesta di suo figlio, imponendo, lei, un altro matrimonio.
Mise in moto la sua mente per individuare, tra le sue conoscenze, la ragazza adatta allo scopo: nobile, ricca, non quella che si suol dire una bellezza, furba, ma non intelligente che, quest’ultima dote, nel matrimonio, arreca quasi sempre danni.
Convinse poi il consorte che era giunta l’ora che il contino si accasasse, sfumata ormai nel nulla la fulgida carriera forense, per lasciar il posto a una più pacifica vita da nobiluomo di campagna.
L’incontro combinato avvenne la sera della vigilia di Natale, durante la cena e il ballo che ne seguì.
Il palazzo era illuminato, all’esterno con delle torce ai lati del portone d’ingresso e dei balconi, mentre all’interno risplendeva della luce dei lampadari di trasparente e colorato vetro di murano.
Arrivavano a frotte gli invitati, taluni a piedi, tal altri in carrozza, a seconda del rango e del portafogli.
Il popolino, da tempo immemore, si accontentava, appena sopiti i morsi della fame con un tozzo di pane o una zuppa calda, di apparire sugli usci e per le strade a fare da comparsa.
Fu nel salone, durante il ballo ,che la prescelta fu presentata e il contino ,già di malumore per non poter recarsi alla consueta veglia, mangiò subito la foglia e ,dir che fu scortese, con la nobile fanciulla, è solo un misero eufemismo.
Ma la ragazza era di testa e d’animo duri, non gli diede soddisfazione alcuna e finse di non accorgersi del deliberato sgarbo: il tempo e la futura suocera le avrebbero dato ragione.
La serata finì cosi’ come si può, con un niente di fatto per il fine per cui era stata organizzata.
RESISTENZA AD OLTRANZA.
Dal giorno di Natale in poi, la guerra tra madre e figlio era già stata dichiarata e proseguì ad oltranza,fra battaglie feroci e scaramucce più blande, tra vittorie e sconfitte da entrambe le parti, a tratti con rudi colpi d’ascia, a momenti con delicati colpi di fioretto, ma quel duellare era spietato ,implacabile, sfinente per tutte e due le parti .
Soprattutto per il giovane che era di temperamento più delicato e sensibile di quello della madre.
Le visite del nostro Francesco alla sartoria si erano fatte più rade e dolorose.
L’imbarazzo era sottile, ma palpabile come la polvere di talco sulla pelle, dopo la toeletta.
Sarebbe bastato una sferzata d’aria da una finestra, di colpo spalancatasi, o il crepitio di un tarlo indaffarato, o un nonnulla qualsiasi, per spezzare quei silenzi assordanti, colmi di parole non dette e di spiegazioni non date .
Ma una cappa opprimente ottenebrava le menti e le coscienze: era la paura di scoprire in fondo al cuore la verità, di sentirsi dire a voce alta qual era l’ostacolo che era venuto a frapporsi tra loro ed era lo sgomento di scoprire che dentro di sé non si aveva il coraggio necessario per farvi fronte .
Come gli studenti, i quali sanno già che i risultati dei loro esami sono stati pubblicati nell’atrio della scuola e indugiano indolenti per la strada con gli amici, allungando di proposito il tragitto con vari espedienti per allontanare il momento della verità, così i protagonisti, volenti o nolenti, di questa storia, parlavano svagatamente del più e del meno, per vigliaccheria, con l’intento di non uscire da quel limbo incosciente ed inconsapevole .
Una sera, però ,con una sferzata di nobile coraggio, lui proruppe con questi mozziconi di parole:
-Io dovrei fidanzarmi, pensare al matrimonio, ma se voi mi dite una parola, allora io..se voi mi dite che sì, che anche voi provate qualcosa per me, per la mia persona, ecco, io mi batterò per voi, cioè per noi, contro la mia famiglia, contro tutti…..-
Le parole gli erano uscite di bocca a fiotti, come esce il sangue da una ferita, forse perché nel cuore e nel petto non poteva no più restare.
Come sorprese dal temporale in mezzo alla campagna, senza riparo e protezione alcuna, le lavoranti raccolsero alla belle e meglio le loro cosucce e, leste e selvatiche come giovani lepri, guadagnarono la porta .
Anna, con la mente e con il cuore in tumulto, nulla disse ,non un sì, non un no .
Non alzò neppure la testa dal cucito.
E che cosa poteva, la poverina, rispondere ,senza scatenare un uragano, un maremoto, un ciclone, una tempesta nella sua vita e in quella dell’amato ?
Niente, non le rimaneva che quell’ostinato e caparbio silenzio, da interpretare coraggiosamente come un assenso, o vigliaccamente come in diniego.
E come se lo spiegò il nostro giovanotto, rimase racchiuso tutto in quello sbattere melanconico di porta, che a teatro annuncia, quasi sempre, la fine dell’ultimo atto.
IL MATRIMONIO.
Gli sposalizi, nel nobile casato, venivano preparati nei minimi dettagli, con gran dispendio di energie e di risorse, ma con una certa saggia premura, nel caso capitasse che i due giovani avessero dei ripensamenti tardivi o che anticipassero le gioie della luna di miele.
Così venivano lanciati, i due promessi, in un turbinio di preparativi ed incombenze che non dava loro modo di fermarsi un attimo a pensare, neanche la sera, ché cadevano stecchiti nei loro letti, sprofondati in sonni senza sogni.
Era appena terminata la Quaresima che arrivò il giorno tanto atteso dalla sposa, ma molto poco dallo sposo, che per dirla tutta, in quei mesi di sofferenza amorosa, aveva perduto un bel po’ del suo attraente aspetto e del buon carattere.
Lei, la giovane sposina, non era granché, ma questa non era di certo una novità .
Ma nulla si poteva criticare : né dell’abito né dell’elaborata acconciatura.
Sono poche o molte le persone per le quali il giorno del matrimonio è il peggiore della loro vita?.
Non lo potremo sapere mai, ma per il nostro, senza ombra di dubbio, non fu una delle giornate migliori, poiché è l’amore che, offuscando la mente, ci rende quelle ore magiche.
Solo l’amore.
A. rimase in casa ad immaginare quello che quasi tutto il paese aveva potuto osservare tranquillamente, assiepandosi per le strade :una bella favola, della quale solo pochi fortunati potevano essere personaggi principali o secondari .
Per lei il tempo maligno rallentò il suo percorso, tormentandola con la crudeltà dell’immaginazione che dilata, deforma, e ingigantisce la portata delle vicende umane.
GLI ANNI A VENIRE.
Non furono né belli né brutti per il signor conte,,senz’altro insignificanti: un limbo sulla Terra, li potremmo definire, prendendo a prestito un metafora religiosa.
Uniche ed esclusive gioie i due amati figli: un maschio e una femmina, che non poche consolazioni e motivi di orgoglio e vanto gli diedero negli anni.
La moglie, ah, di questa donna abbiamo raccontato poco, ma assai poco di lei c’era da dire, chè il suo carattere scialbo, non invita certo alla curiosità.
Basti dire che era una donna di sentimenti controllati, pratica,senza né voli né sprazzi, che di sé poco esprimeva perché assai pochino dentro se stessa aveva.
Ma nessuno poté mai dire che non fosse stata una brava madre, una perfetta padrona di casa e, in fondo , anche una buona moglie.
E dei suoi sentimenti nulla si seppe, caso mai ne avesse avuti.
La nostra povera sartina seguiva la vita del suo amato, così ,alquanto di nascosto, di sottecchi, con un certo pudore e forse anche un tantino di vergogna.
Erano soltanto fugaci segnali, quelli, che riusciva a scorgere: un fiocco rosa il giugno dell’anno dopo e uno azzurro l’anno seguente, dei fili bianchi tra i capelli del suo amato visto di spalle alla Messa di Natale di alcuni anni dopo, un ‘ombra di pinguedine, sì, solo un accenno, attorno ai fianchi.
Le lavoranti, che con lei si invecchiavano, chine sui panni e sulle stoffe, qualche notizia la riportavano, ma, raramente e con delicatezza, per non arrecarle un qualche dispiacere in più del dovuto,perché, si sa, le erano affezionate, come sorelle .
Mai più i due s’erano riparlati,per quel senso del pudore esagerato che apparteneva alle generazioni di quei tempi o forse anche perché si sentivano tutte e due colpevoli di non aver molto di più osato, per quell ‘amore di gioventù ,appena nato, ma mai del tutto sbocciato.
Anche lui, a suo modo, seguiva la vita del suo primo ed unico bene, sbirciando il sali e scendi dei clienti su per la rata che portava alla sartoria, osservando la figura di lei, slanciata e snella, alle processioni religiose o ai funerali e sempre uguale gli sembrava: la splendida ragazza dei suoi vent’anni.
Quel sentimento che li univa, li accompagnava fedele e timido nelle stagioni della loro vita: volava lieve e malinconico con le foglie ingiallite dell’autunno, accompagnava festoso e danzante i soffici fiocchi invernali, volteggiava scherzoso e ridente con i profumati venti primaverili o con le variopinte farfalle estive .
E mai si affievoliva, attizzato dalla fiamma malinconica del rimpianto, di quel che non era stato e che, al contrario, avrebbe potuto essere.
Infondeva loro il coraggio e la forza che da giovani non avevano avuto e la speranza per andare avanti nel difficile cammino della vita.
E così i giorni, mesi e gli anni erano volati via, come scivola impalpabile la sabbia tra le mani.
Quando lei morì, sfiorando appena la propria vita, senza poterne assaporare appieno il gusto, anche una parte di se stesso se ne andò, lentamente, ma inesorabilmente, con lei.
Non gli rimase, a consolarlo, che quel rito quotidiano, di andare a farle visita da morta, come non aveva potuto fare per tutta la sua vita, per delicatezza e per rispetto.
B.M.S.

